Da Wikipedia:
« La Roma non ha mai pianto, la Roma mai piangerà: perché piange il debole, i forti non piangono mai »
« La Roma non si discute, si ama »
L’Associazione Sportiva Roma, spesso abbreviata in A.S. Roma o Roma, è una società calcistica di Roma. È una delle principali squadre di calcio italiane.
Attualmente, la Roma è la quinta squadra d’Italia per numero di tifosi, dietro Juventus, Milan, Inter e Napoli. Si piazza subito prima della Lazio[1]
Dall’anno della fondazione ha sempre partecipato, tranne che in un’occasione (nel 1952), ai campionati di Serie A, giungendo tre volte prima, dieci volte[2] seconda e quattro volte terza. In 78 stagioni sportive, è arrivata sul podio nel 21,8% delle occasioni.
Storia
Andamento della A.S.Roma in Serie A dalla nascita ai giorni nostri
Sostanzialmente nella storia della Associazione Sportiva Roma
possono essere riconosciuti tre grandi periodi, coincidenti con i tre
titoli nazionali conquistati, nei quali la squadra visse una serie di
annate decisamente positive. Gli anni che vanno dalla sua nascita fino
all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, furono l’epoca degli entusiasmi iniziali, quelli del Testaccio.
A seguito di un decennio in cui la squadra esprimeva un bel gioco,
ottenuto grazie alle prestazioni di giocatori realmente attaccati alla
maglia, il club coronò il sogno di vincere il suo primo Scudetto proprio sul finale di quello splendido periodo. Dopo una breve parentesi in cui negli anni sessanta, la squadra non andò oltre l’unica vittoria europea della sua storia con la Coppa delle Fiere, un secondo periodo d’oro si può facilmente riconoscere negli anni della gestione Viola, quelli successivi alla prima grande crisi del calcio moderno, in cui la squadra giallorossa sotto la guida di Nils Liedholm, oltre a vincere il secondo titolo della sua storia, quasi riuscì nell’impresa storica di vincere la Coppa dei Campioni, arrendendosi solo in finale di fronte ai calci di rigore. Una terza epoca infine va ricondotta al recente passato, ai primi anni del 2000 quando grazie agli sforzi economici del presidente Franco Sensi con allenatore Capello,
figura discordante e poco amata dai tifosi romanisti, la Roma arrivò a
conquistare il suo terzo titolo nazionale e successivamente svolse una
serie di annate di buon livello.
Le origini
| Per approfondire, vedi la voce Associazione Sportiva Roma/Le origini. |
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Agli inizi del XX secolo, quando il gioco del calcio stava prendendo piede in tutta la penisola italiana, nella città di Roma la situazione era molto simile a quella che si viveva (e si vive tutt’ora) a Londra. Come nella capitale britannica,
la pratica di questo sport era svolta da un gran numero di piccoli
club, ognuno con le sue particolarità e differenze; spesso erano
squadre di quartiere o vere e proprie rappresentanti di classi sociali
ben definite. Negli anni venti,
a Roma, nella prima divisione regionale giocavano ben otto società:
U.S.Romana, Fortitudo, Alba, Juventus, Roman, Audace, Pro Roma e la Lazio.
La nascita della A.S.Roma
| « Il nuovo Club prende il nome di Associazione Sportiva Roma e assume i colori dell’Urbe, giallo-rosso, col fascio littorio e la lupa romana in campo verde.[3] » |
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(La Gazzetta dello Sport, 9 giugno 1927)
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Italo Foschi, fondatore della A.S. Roma.
La squadra capitolina venne costituita grazie alla fusione di tre delle società calcistiche della Capitale: l’Alba Audace, il Roman e la Fortitudo Pro Roma. Tale decisione venne presa per volere dell’allora segretario della federazione romana del Partito Nazionale Fascista, l’abruzzese Italo Foschi (all’epoca anche membro del CONI
e Presidente della Fortitudo Pro Roma). La data di nascita dell’A.S.
Roma è stata a lungo discussa: da molte fonti viene infatti indicato il
22 luglio 1927; in realtà sembra che la fusione sia stata formalizzata il 7 giugno dello stesso anno, come annunciato il giorno successivo dai quotidiani romani Il Tevere, La Tribuna e Il Messaggero.
Foschi diede corpo all’idea di avere una squadra sportiva che
portasse il nome della città di Roma e che potesse ambire ai massimi
risultati. Così come era accaduto in altre città del centro-sud (Firenze, Napoli e Bari),
infatti, si intendeva dare vita, attraverso la fusione, a compagini di
maggiori dimensioni in grado di reggere l’urto del calcio
professionistico, già ampiamente praticato dalle formazioni del nord
dell’Italia, fino a quel momento dominatrici assolute della scena
calcistica nazionale. Della fusione avrebbe dovuto far parte anche la Società Sportiva Lazio, ma la stessa rimase fuori dall’accordo per l’intervento del generale della Milizia fascista Giorgio Vaccaro, appartenente al club biancoceleste, Presidente della F.I.G.C. dal 1933 al 1942.[4]
Ferraris IV e Bernardini
Il primo presidente fu lo stesso Foschi, il quale, dopo solo un
anno, dovette abbandonare: venne infatti nominato membro del direttorio
federale di La Spezia e lasciò così l’incarico a Renato Sacerdoti, industriale del settore alimentare. La sede della Roma venne posta nel rione di Campo Marzio, in via Uffici del Vicario 35, nei vecchi uffici del Roman. Nei primi due anni di vita, la Roma giocò provvisoriamente al Motovelodromo Appio, in attesa della costruzione del nuovo stadio, dove si trasferì e giocò fino alla fine degli anni trenta: il Campo Testaccio.
I colori, il simbolo e la sociologia
I colori scelti per la nuova compagine nata dalla fusione, furono il giallo oro e il rosso porpora, che erano i colori della società Roman ma anche quelli del gonfalone del Campidoglio: il giallo oro ed il rosso porpora o pompeiano, ereditati dagli antichi vessilli dell’Impero Romano. Come simbolo fu invece scelta la lupa che allatta Romolo il fondatore di Roma e suo fratello Remo:
l’emblema della squadra, uno scudo bipartito rosso-oro sormontato dalla
lupa capitolina, comprende tutti questi elementi (vedi anche la descrizione più sotto). Il fatto di rappresentare nei colori e nel simbolo la città e la tradizione di Roma
oltre ad essere l’associazione di tre dei quattro club romani dei
tempi, fece sì che la squadra richiamasse immediatamente a sé le
simpatie della grande maggioranza del popolo appartenente sia ai nuovi
quartieri che ai rioni nel cuore della città. [5]
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Gli anni trenta
| Per approfondire, vedi la voce Associazione Sportiva Roma/Anni 30. |
Il “mitico” Campo Testaccio.
La Roma conquistò il primo trofeo già nella stagione 1927/28, quella della sua fondazione, vincendo la Coppa C.O.N.I. (poi Coppa Italia).
La Roma “testaccina”
A partire dal 1930, la AS Roma poté finalmente trasferirsi nel nuovo stadio, il Campo Testaccio
dell’omonimo quartiere popolare. A quel periodo è legata una delle più
belle pagine della storia romanista: il pubblico caloroso e gremito
nelle tribune di legno dipinte di giallo-rosso di quello stadio
costituì un elemento fondamentale che spingeva i giocatori a dare
sempre il meglio in tutte le partite. Di conseguenza la squadra di
quegli anni mostrava un carattere forte ed impavido di fronte a
qualsiasi avversario. Protagonisti di tale periodo furono, oltre al già
citato capitano Attilio Ferraris IV, il portiere Guido Masetti, il mediano Fulvio Bernardini, ed il centravanti fiumano Rodolfo Volk che segnò 103 gol con la maglia giallorossa.
Sciabbolone Volk in azione.
Nell’estate del 1933
la AS Roma dopo aver venduto, con l’opposizione dei tifosi, il
cannoniere Volk, mise a segno tre colpi di mercato acquistando i
cosiddetti tre moschettieri argentini: Enrico Guaita, soprannominato il corsaro nero, la mezz’ala Alessandro Scopelli e il centro-mediano Andrea Stagnaro.
I tre campioni restarono alla AS Roma soltanto per due stagioni
portando la squadra ad un quinto e ad un quarto posto. Dopo esser stati
naturalizzati italiani per godere di alcuni vantaggi, tra cui anche
quello di poter esser convocati nella nazionale azzurra, scapparono di nascosto in una notte del 1935 per evitare la chiamata alle armi. L’Italia in quel periodo stava infatti per entrare in guerra contro l’Etiopia.
Durante la stagione 34/35, per via di un’operazione di ringiovanimento della rosa, il presidente Renato Sacerdoti decise di vendere il capitano Ferraris IV che, poco propenso ad allontanarsi da Roma si accasò clamorosamente alla Lazio,
diventandone addirittura il capitano. La notizia sconvolse i tifosi che
gridarono al tradimento. Pochi giorni dopo Attilio Ferraris diventò
campione del mondo con la nazionale italiana e qualche mese dopo verrà
definito in una storica partita con l’Inghilterra: il “Leone di
Higbury”.
Gli anni quaranta
| Per approfondire, vedi la voce Associazione Sportiva Roma/Anni 40. |
La Roma del primo scudetto.
Il primo Scudetto
Dopo un decennio di piazzamenti più o meno buoni, nella stagione 1941/42 arrivò inaspettato il primo trionfo importante: lo scudetto, conquistato il 14 giugno 1942 battendo per 2-0 il Modena nell’allora Stadio Nazionale, sito al posto dell’attuale “Stadio Flaminio”. Gli anni trenta si erano conclusi con l’egemonia del Bologna e dell’Ambrosiana che si erano divise gli ultimi due scudetti, risultando, pertanto, le favorite per la conquista del titolo. Il presidente Edgardo Bazzini, non avrebbe mai pensato che la Roma si sarebbe laureata Campione d’Italia: la squadra giallorossa nella stagione precedente
si era addirittura classificata undicesima. Il protagonista della
stagione, con 18 reti messe a segno, fu comunque un giovane
centravanti: Amedeo Amadei, chiamato amorevolmente dai tifosi romanisti il fornaretto.
Per la prima volta nella storia del calcio lo scudetto tricolore venne
assegnato ad una squadra del centro Italia, al di sotto della pianura padana.
Il declino del dopo scudetto
L’anno dopo la vittoria dello scudetto, il presidente Bazzini, non
se la sentì di non confermare in blocco la squadra autrice di quella
stagione straordinaria, commettendo un gravissimo errore che lentamente
portò i meccanismi della squadra ad un improvviso ed inesorabile
tracollo. Lo sbaglio principale fu quello di non considerare che l’età
media della risicata rosa giallorossa era notevolmente alta,
soprattutto per i parametri dell’epoca quando la carriera di un atleta
terminava molto prima rispetto ai tempi attuali. Se da un lato questa
era la causa principale del declino immediato della squadra dello
scudetto, bisogna considerare che da un altro lato cominciava ad
affermarsi nella realtà del campionato italiano la squadra che avrebbe
dominato la scena nei travagliati anni quaranta: il Grande Torino.
La guerra pose fine al campionato nazionale che venne sospeso per
tre anni, in cui vennero giocati in maniera amatoriale solo dei
campionati regionali o locali. Il torneo nazionale riprese solo nel 1945/46
venne suddiviso di nuovo in due gironi, uno per il nord ed uno per il
centro sud. La squadra capitolina però non riuscì a competere con le
altre formazioni provenienti dal nord Italia, ma soprattutto era
impossibile per quella squadra confrontarsi con il Grande Torino che si dimostrava imbattibile per chiunque.
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Gli anni cinquanta
| Per approfondire, vedi la voce Associazione Sportiva Roma/Anni 50. |
La retrocessione in serie B e l’immediato ritorno.
Nella stagione 1950/51
la panchina giallorossa subì diversi cambi di allenatore. La squadra
perse 11 partite per 1-0, ogni volta che la squadra subiva un gol non
era in grado di rimontare, crollando in una sorta di impotenza nei
confronti dell’avversario. Il tracollo fu inevitabile e quell’anno si
realizzò così la prima ed unica retrocessione in Serie B della storia giallorossa.
Nel 1952, avversaria agguerrita di quella stagione nel torneo cadetto era il Brescia
che fino all’ultimo tenne testa alla Roma che rimase prima in
classifica dall’inizio del campionato che concluse arrivando prima con
53 punti, con un solo punto di vantaggio sui rivali lombardi. Il 22 giugno del 1952, a dieci anni esatti dalla conquista dello scudetto, i giallorossi festeggiarono il ritorno in serie A.
Gli anni successivi alla promozione, portarono a Roma grandi novità,
la squadra nell’arco di due stagioni venne arricchita di nuovi
prestigiosi acquisti. La panchina venne affidata quindi all’inglese Mario Varglien,
che riuscì nelle prime giornate a creare un buon sistema di gioco che
consentì alla squadra di fare un ottimo esordio, vanificato nel corso
del campionato da una serie di infortuni che condussero la Roma al
sesto posto in classifica.
Dino Da Costa in allenamento.
Il 17 maggio del 1953, la Roma si trasferì dallo Stadio Nazionale (ribattezzato “Stadio Torino” per onorare la squadra del Grande Torino caduta a Superga) nel nuovo Stadio Olimpico. A sorpresa, nell’estate dello stesso anno venne messo a segno un grandissimo colpo di mercato: la Roma ingaggiò dal Peñarol il ventisettenne, campione uruguagio Alcides Ghiggia, ala di gran classe, autore del gol vittoria nella finale tra il Brasile e l’Uruguay nei Mondiali del 1950.
Negli anni successivi la Roma alternò stagioni buone, come il terzo posto nel 1955 a stagioni disastrose, nel 1957 sfiorò nuovamente la retrocessione. Protagonisti della seconda metà degli anni 50 furono Alcides Ghiggia, campione uruguagio giunto nel ‘53, il brasiliano Dino Da Costa,
formidabile attaccante che con la Roma vinse la classifica marcatori
del 1957 con 22 reti. Da Costa divenne l’idolo dei tifosi romanisti
poiché si esaltava particolarmente nei derby dove segnava puntualmente. Un altro pilastro della squadra e della storia giallorossa fu Giacomo Losi,
difensore-mediano leader del reparto arretrato e fulcro del gioco
romanista: è stato il giocatore con più presenze in assoluto con la
maglia della Roma (386). L’attaccamento ai colori ed il suo carattere
straordinario da capitano vero, gli valse il soprannome di Core de Roma.
Gli anni sessanta
| Per approfondire, vedi la voce Associazione Sportiva Roma/Anni 60. |
La Coppa delle Fiere
Nel 1960/61 i giallorossi riuscirono a raggiungere una dimensione “europea”, grazie alla conquista della Coppa delle Fiere, torneo al quale partecipavano le squadre appartenenti a grandi città ospitanti fiere internazionali del commercio. Dal 1971/72 questa competizione venne trasformata nell’attuale Coppa Uefa alla quale si partecipa invece per merito, ovvero grazie al piazzamento in campionato.
La Roma di Giacomo Losi conquistò la coppa vincendo contro il Birmingham City;
nella storia di questa competizione nessun’altra formazione italiana
oltre alla squadra capitolina riuscì ad aggiudicarsi questo trofeo.
Giacomo Losi con la Coppa delle Fiere.
Durante gli anni Sessanta, la Roma disponeva di una formazione con un cospicuo numero di campioni:
Pedro Manfredini, attaccante argentino, grandissimo rapinatore dell’area di rigore, uno dei cannonieri più prolifici della storia giallorossa. Nel 1963 fu capocannoniere del campionato a pari merito con Harald Nielsen del Bologna. Un altro giocatore, compatriota del forte centravanti, fu la mezz’ala Francisco Ramon Lojacono,
giocatore ambidestro dotato di uno straordinario tiro da fuori area,
aveva anche la specialità di battere con precisione e potenza i calci
di punizione. Ed infine il forte cannoniere oriundo Antonio Valentin Angelillo. Altri protagonisti importanti dell’epoca furono sicuramente: lo svedese Arne Selmosson e l’uruguagio Juan Alberto Schiaffino.
Se Roma negli anni sessanta non riuscì mai a superare il 5° posto in
classifica, probabilmente la causa era da ricondurre allo stile di vita
lascivo dei suoi calciatori.
Nonostante la stagione deludente conclusasi con un dodicesimo posto in classifica, la squadra giallorossa nel 1963/64, conquistò la sua prima Coppa Italia, dopo aver battuto nella finale il Torino.
La formazione vincitrice della seconda Coppa Italia.
La crisi finanziaria
Nel 1964
La Roma si trovava invece sull’orlo del fallimento, il deficit era
arrivato ad un tale punto da vedere la società impossibilitata a pagare
gli stipendi e con i giocatori che minacciavano di scioperare. Il
giorno di capodanno del 1965, al Teatro Sistina, l’allora allenatore della Roma Juan Carlos Lorenzo organizzò addirittura una colletta, per reperire i fondi per la trasferta di Coppa Italia che avrebbe avuto luogo qualche giorno più tardi.
Dopo la vendita di alcuni dei campioni, il presidente Evangelisti nel 1967, per completare il piano di risanamento delle casse societarie trasformò la Roma in una Società per azioni. Verso la fine degli anni Sessanta la squadra venne affidata ad Helenio Herrera, tecnico vincente che aveva portato l’Inter
sul tetto del mondo. Nonostante l’arrivo del nuovo allenatore i
risultati sul campo non cambiarono; la Roma arrivò alla sua prima
stagione ad un grigio ottavo posto, ma vinse comunque la sua seconda Coppa Italia nel giugno del 1969.
Gli anni settanta
| Per approfondire, vedi la voce Associazione Sportiva Roma/Anni 70. |
Pierino Prati e Giancarlo De Sisti con la maglia della Roma negli anni settanta.
Gli anni della “Rometta”
Gli anni settanta,
furono uno dei decenni meno gloriosi per la storia Romanista, ma più
densi di sentimenti per la tifoseria a quei tempi molto calda. Si
inizia con l’addio della mitica bandiera Giacomo Losi e la clamorosa cessione nell’ultimo anno della presidenza di Marchini, dei tre “gioielli” (Spinosi, Capello e Landini) alla Juventus, si entrò poi nell’era della cosiddetta “Rometta” di Gaetano Anzalone:
una squadra fatta di gregari, giovani promesse e soprattutto vecchie
glorie, giocatori che avevano già dato molto in altre piazze, come Pierino Prati, Luis Del Sol, Amarildo e il ritorno di Picchio De Sisti,
grandi campioni utili solo per un anno o due. La Roma nel corso di
questo decennio oscillò sempre in posizioni di media classifica, a
parte il picco del 1975 con la conquista del terzo posto. Protagonisti di quest’epoca furono, oltre al giovane presidente, nella prima parte Helenio Herrera, il “mago“,
giunto a Roma già con Marchini, non riuscì mai ad ottenere buoni
risultati, nonostante il suo prestigioso curriculum. Nella seconda metà
degli anni 70 la panchina giallorossa era invece guidata da Nils Liedholm, il “barone” svedese, che realizzò il sogno dello scudetto solo negli anni 80 con l’arrivo di Dino Viola. Il momento peggiore di quegli anni si concretizzò nella stagione 1978/79, quando la Roma ebbe la certezza di rimanere in A solo alla penultima giornata: il 6 maggio 1979, grazie a un pareggio in casa con l’Atalanta per 2-2, lasciandosi alle spalle, però, quattro squadre. Dalla stagione immediatamente successiva, la Roma venne rilevata da Dino Viola che trasformò completamente la squadra cogliendo i frutti tecnici ed organizzativi che Anzalone aveva seminato.
Una delle prime immagini del CUCS, tifo organizzato romanista.
Nascita del tifo organizzato e del CUCS
| Per approfondire, vedi la voce Commando Ultrà Curva Sud. |
| « La Roma non si discute, si ama! » | |
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(Motto della Curva Sud)
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Durante questi anni di crescente passione per i colori, all’interno dello Stadio Olimpico nella Curva Sud, la zona più calda del tifo giallorosso (che fu acquisita esclusivamente dai giallorossi l’11 marzo del 1973
dopo l’allontanamento di una minoranza di tifosi della Lazio che si
erano appostati in quel settore durante i derby) cominciarono a
formarsi dei gruppi organizzati di giovani, i quali, dal 1977, confluirono in un unico gruppo: il Commando Ultrà Curva Sud.
La stessa società, nel nome del presidente Gaetano Anzalone, chiese ed
ottenne dai personaggi carismatici del tifo di unirsi per cercare di
risolvere il crescente problema della violenza. L’idea era quella di
convogliare le forti energie dei giovani perlopiù impiegate fino ad
allora in manifestazioni aggressive, in un sostegno fattivo per la
squadra associato ad un rifiuto esplicito della violenza, la strategia
si rivelò intelligente e diede il via ad una grande storia di passione
sportiva, presa come esempio in tutta Europa.
Gli anni ottanta
| Per approfondire, vedi la voce Associazione Sportiva Roma/Anni 80. |
La Roma del secondo scudetto.
Il secondo Scudetto
La crescita societaria portò, già nel stagione 1980/81,
ad un secondo posto che stava stretto alla squadra per l’ottimo
rendimento visto in campo, aprendo un felice quadriennio che regalò al
club molti riconoscimenti. La stagione fu purtroppo decisa da un
contestatissimo gol annullato al difensore Maurizio Turone nello
scontro diretto con la capolista Juventus. Tutti le analisi della
moviola stabilirono che il gol era regolare. La decisione arbitrale
divenne tristemente famosa (“er gol de Turone”) della presunta
dipendenza psicologica delle terne arbitrali nei confronti di team
blasonati. Nella stagione 1982/83, sotto la guida del presidente Dino Viola e dell’allenatore svedese Nils Liedholm, la Roma si aggiudicò il secondo scudetto della sua storia; fecero parte della rosa della prima squadra giocatori come il capitano Agostino Di Bartolomei (chiamato con grande affetto dai tifosi “Diba” o “Ago”), il centrocampista Carlo Ancelotti, il brasiliano Paulo Roberto Falcão, il difensore Pietro Vierchowod, il centravanti Roberto Pruzzo (secondo miglior cannoniere giallorosso di tutti i tempi con 106 gol, superato a fine 2004 da Francesco Totti) e l’ala Bruno Conti, già campione del mondo con la Nazionale italiana in Spagna nel 1982.
Bruno Conti in azione con la maglia della Roma.
La finale della Coppa dei Campioni
Nel corso della stagione 1983/1984 la Roma raccolse i frutti del proprio gioco “a zona”, giungendo in finale nella Coppa dei Campioni (il più importante trofeo continentale); pur giocando meglio del proprio avversario, non riuscì ad imporsi sui “reds” del Liverpool e, dopo aver concluso i tempi regolamentari per 1-1 (gol del vantaggio di Phil Neal per il Liverpool al 13′ e pareggio per i giallorossi di Pruzzo al 42′), ai calci di rigore perse la coppa. Dal dischetto fallirono Bruno Conti e Ciccio Graziani.
La partita si trovò al centro di numerose polemiche che si
moltiplicarono nei giorni successivi, volte alla ricerca di scoprire le
cause di quella bruciante sconfitta. Molte proteste ci furono riguardo
al gol del vantaggio del Liverpool, nato successivamente ad un’azione
in cui non fu ravvisato un probabile fallo di carica sul portiere
giallorosso Tancredi, ostacolato in uscita dall’irlandese Ronnie
Whelan, che gli fece scappare il pallone lasciando così la porta
sguarnita. Molto discussa fu inoltre la decisione di Falcão,
all’epoca uno dei simboli della AS Roma e specialista nei tiri dagli
undici metri, di non voler battere uno dei rigori. La sconfitta fu resa
ancor più amara poiché la finale si giocò, per ironia della sorte,
proprio allo Stadio Olimpico di Roma. La AS Roma fu comunque protagonista di una straordinaria stagione, aggiudicandosi nello stesso anno la Coppa Italia.
Nils Liedholm, Bruno Conti, Dino Viola e Paulo Roberto Falcão, in una foto prima del Mondiale 82.
L’incredibile sconfitta con il Lecce
Dopo aver concluso uno dei migliori periodi della sua storia con
Liedholm, ma anche dopo la sfortunata finale persa ai rigori con il
Liverpool, la AS Roma di Dino Viola affidò la panchina giallorossa ad
un altro tecnico svedese Sven-Göran Eriksson,
osservato da qualche tempo. Dopo una prima stagione deludente,
conclusasi con il settimo posto in classifica e con l’amaro addio di Falcao, nella stagione ‘85/’86 la Roma sfiorò nuovamente il tricolore: dopo un’incredibile rimonta di 9 punti sulla capolista Juventus, battuta all’Olimpico
con un sonoro 3-0, la penultima giornata di campionato riservò alla
squadra giallorossa un turno teoricamente favorevole per il sorpasso in
testa alla classifica: la AS Roma doveva infatti affrontare in casa il Lecce, squadra peraltro già retrocessa. Il gol dell’ex Alberto Di Chiara ed una doppietta di Juan Alberto Barbas
condannarono invece la Roma ad un’inaspettata sconfitta per 2-3
firmando una delle pagine più amare della storia del club capitolino.
La conquista, nello stesso anno, della sua sesta Coppa Italia
non bastò a consolare la gente, che aveva anche visto il giro d’onore
del presidente Viola e del sindaco di Roma Ugo Vetere prima della
partita, per un’altra favorevole occasione sfumata di aggiudicarsi il
titolo.
Gli anni novanta
| Per approfondire, vedi la voce Associazione Sportiva Roma/Anni 90. |
Giuseppe Giannini agli esordi con la maglia giallorossa.
La morte di Viola e gli anni bui della nuova Roma
Dino Viola morì nel gennaio del 1991,
e la società si avviò verso un lungo periodo di caos. Nonostante
questo, la squadra aggiunse al suo palmares, sotto la guida di Ottavio Bianchi, la settima Coppa Italia.
Il trofeo fu conquistato contro la Sampdoria, la quale però prevalse
per 1-0 nel successivo match di Supercoppa di Lega. La Roma arrivò
inoltre in finale di Coppa Uefa contro l’Inter. Dopo aver perso l’incontro di andata a San Siro per 2-0, la squadra giallorossa non andò oltre l’1-0, grazie alla rete di Rizzitelli.
Pertanto per la seconda volta una squadra avversaria dei giallorossi si
è trovata ad alzare un trofeo internazionale all’Olimpico, dopo la
sfortunata finale di Coppa dei Campioni persa contro il Liverpool.
Il nuovo presidente Giuseppe Ciarrapico,
poco avvezzo alle dinamiche calcistiche, ebbe sin da subito delle
decisioni controverse, le quali portarono la squadra a risultati
altalenanti. Al termine della stagione, il tecnico Bianchi lasciò il
posto a Vujadin Boskov,
il quale era fautore di un gioco spettacolare che lasciava ampia
libertà ai giocatori talentuosi. Non a caso fece esordire in prima
squadra anche un Totti appena sedicenne.
Improvvisamente però la società entrò nel caos nella primavera del 1993: Ciarrapico fu arrestato per bancarotta.
La lenta rinascita ad opera di Franco Sensi
La bufera scatenatasi contro la Roma fu ingigantita anche dalla contestuale positività alla cocaina riscontrata all’attaccante Claudio Paul Caniggia. Ciò comunque non impedì la successione della presidenza, passata nelle mani degli imprenditori romani Franco Sensi
e Pietro Mezzaroma. A dispetto delle enormi difficoltà, la squadra
raggiunse la finale di Coppa Italia, da disputarsi contro il Torino, ma
nella gara di andata, giocata in trasferta, la squadra perse per 3-0,
compromettendo di fatto la vittoria finale. Ciò nonostante la squadra
reagì con grande orgoglio, e all’Olimpico sfiorò l’impresa, vincendo splendidamente per 5-2 con tre gol messi a segno dal capitano Giuseppe Giannini.
Nel biennio successivo Franco Sensi, divenuto l’unico proprietario
della Roma, cercò di dare una decisa virata alla politica societaria.
Chiamò in panchina il trasteverino Carlo Mazzone e rafforzò in modo deciso la squadra, acquistando dall’Udinese il capo-cannoniere del precedente campionato, Balbo. Mazzone come prima mossa inserì stabilmente in prima squadra il maggiore talento del vivaio di quegli anni, Francesco Totti,
il quale, nonostante la giovane età, avrebbe reso la squadra più forte
e imprevedibile. Nonostante le migliori premesse, la squadra non
ottenne in questi anni piazzamenti prestigiosi, né alcuna vittoria
nelle competizioni disputate. La crescente insofferenza dei tifosi
sulla mediocrità dei risultati raggiunti spinsero il presidente a
prendere la sofferta decisione di cambiare allenatore, sostituendolo
con Carlos Bianchi, già vittorioso della Coppa Intercontinentale col Vélez Sársfield.
Ma la stagione successiva, condizionata anche da acquisti fallimentari
si rivelò disastrosa, e vide l’esonero di Bianchi con un conseguente
mesto dodicesimo posto in classifica.
Dopo la brutta esperienza, Franco Sensi decise di rifondare la squadra affindandola al boemo Zdenek Zeman,
fautore di un gioco molto offensivo, ma estremamente imprudente. Questo
fu il limite principale della Roma di quel periodo, che alternò
vittorie spettacolari e ricche di gol a sconfitte imprevedibili e per
questo brucianti. Per tali motivi Franco Sensi decise di chiamare in
panchina un allenatore titolato e vincente come Fabio Capello.
Capello forgia dei vincenti
Fabio Capello
Il tecnico friulano arrivò a Roma nel 1999 con le idee chiare,
l’esperienza necessaria e la capacità di trasmettere alla squadra
voglia e convinzione nei propri mezzi. L’acquisto dell’anno fu quello
di Vincenzo Montella, e nel corso della stagione l’arrivo del centrocampista giapponese Hidetoshi Nakata
rafforzò ulteriormente una squadra già molto competitiva. Alla fine del
campionato la Roma si classificò solamente sesta, ma apparve chiaro a
tutti che la squadra aveva acquisito una grande consapevolezza nei
propri mezzi.
Tempi recenti
17 giugno 2001: la Roma conquista il suo terzo scudetto. Un immagine dei festeggiamenti della Curva Sud dello Stadio Olimpico di Roma al termine della gara decisiva.
Il terzo scudetto
Lo scudetto appena vinto dalla rivale cittadina, la Lazio, generò in
tutto l’ambiente giallorosso estrema voglia di riscatto e grosse
aspettative per la stagione successiva. La società non deluse questi
sentimenti e predispose una campagna acquisti faraonica. Dalla Fiorentina infatti arrivò il fortissimo bomber argentino Gabriel Omar Batistuta,
pagato dal Presidente Sensi ben 70 miliardi di lire. Non da meno furono
gli acquisti negli altri reparti, come il difensore centrale argentino Samuel ed il centrocampista brasiliano Emerson,
entrambi giocatori molto quotati e con una solida esperienza
internazionale. Ed anche se Emerson si infortunò gravemente nel
precampionato, fu ben sostituito per gran parte della stagione da Zanetti.
La squadra era solida, cinica ed aveva il suo naturale terminale
d’attacco in Batistuta, che segnò 20 gol. Vincendo spesso, compreso il
derby d’andata (Lazio-Roma 0-1, per effetto di una clamorosa autorete
del difensore laziale Paolo Negro),
si laureò Campione d’Inverno con 6 punti di vantaggio sulle
inseguitrici. Il micidiale ritmo di affermazioni tenuto dai giallorossi
continuò anche nel girone di ritorno, seppur con qualche battuta
d’arresto. La svolta arrivò il 6 maggio 2001, data dello scontro al vertice allo Stadio Delle Alpi
con la Juventus, divenuta ormai assieme alla Roma principale
pretendente allo scudetto. I bianconeri terminarono il primo tempo sul
2-0, ma una grande reazione da parte della squadra di Capello permise
di pareggiare la partita, per effetto delle reti segnate da Nakata e, a tempo ormai scaduto, Montella.
Il pareggio di Torino indirizzò il campionato in favore dei
giallorossi, i quali gestirono il vantaggio di punti acquisito sino
all’ultima partita, Roma-Parma, in programma il 17 giugno 2001. Il match finì 3-1, con le reti dei simboli della stagione: il Capitano Francesco Totti, il centravanti argentino Batistuta e l’attaccante Vincenzo Montella.
La Roma vinse così il suo terzo scudetto della storia, strappandolo (scucendolo,
nel gergo dei tifosi) dalle maglie della Lazio; migliaia di persone si
riversarono per le strade della Capitale, con festeggiamenti che si
protrassero per giorni e che ebbero il culmine nel concerto di Antonello Venditti al Circo Massimo, a cui parteciparono oltre un milione di persone.[6]
Le occasioni sfumate
La società non si cullò sugli allori e, complice la futura partecipazione alla Champions League, ampliò la rosa acquistando il promettente portiere Ivan Pelizzoli, il roccioso terzino Leandro Cufré e, soprattutto, l’astro nacente del calcio italiano Antonio Cassano, gioiello del Bari dalla personalità estrosa ma ribelle.
La stagione successiva regalò subito alla bacheca giallorossa un altro importante trofeo, la Supercoppa Italiana. Il 19 agosto 2001, infatti, i giallorossi ospitarono la Fiorentina, vincitrice della Coppa Italia,
e prevalsero per 3-0, grazie alle reti di Candela, Montella e Totti. Il
risultato non fu mai in discussione, anche per il fatto che la squadra
viola si presentava all’Olimpico senza grosse pretese, pensando
principalmente alle difficoltà finanziarie che funestavano la società.
Il campionato, però, non diede ai colori giallorossi le stesse
soddisfazioni della stagione precedente: la Roma stentò nelle prime
partite, perdendo parecchi punti contro squadre oggettivamente più
deboli. Neanche la prestigiosa vittoria per 2-0, maturata in
inferiorità numerica a Torino contro la Juventus, e l’acquisto ad ottobre di Christian Panucci,
diedero continuità ai risultati della squadra, la quale riuscì comunque
a terminare il girone d’andata in testa alla classifica. In ogni caso
fu storica l’affermazione nel derby del 10 marzo 2002: i giallorossi demolirono la Lazio per 5-1, con quattro gol del solo Montella,
il quale entrò definitivamente nell’olimpo dei giocatori giallorossi
più rappresentativi. Nonostante il suo cammino altalenante, la Roma
arrivò a giocarsi lo scudetto sino all’ultima giornata: l’incredibile
sconfitta della capolista Inter all’Olimpico contro la Lazio favorì
però la vittoria finale della Juventus, che precedeva in classifica i giallorossi di un solo punto.
Tifosi giallorossi all’Olimpico
Il cammino in Champions League
fu discreto: dopo aver superato agevolmente la prima fase a
raggruppamenti, la squadra fu inserita in un ostico girone assieme a Galatasaray, Liverpool e Barcellona, e venne eliminata. Rimarcabile fu soltanto un eclatante 3-0 rifilato alla squadra spagnola, frutto delle reti siglate da Emerson, Montella e Tommasi.
I motivi da ricercarsi per questa mancanza di continuità nei risultati furono la scarsa vena del bomber Batistuta,
il quale segnò appena 6 reti, la poca incidenza delle riserve
nell’economia delle partite e, forse, il latente senso di appagamento
per i trofei appena conquistati.
Nella stagione successiva
la società predispose una campagna acquisti incentrata sull’austerità,
soprattutto a causa delle crescenti difficoltà economiche derivate
dalle elevate spese di mercato degli anni precedenti. Dei (pochi)
acquisti l’unico nome rilevante fu quello di Guardiola,
ex faro di centrocampo del Barcellona, il quale, peraltro, disputò una
stagione decisamente deludente e venne dopo pochi mesi rispedito al
Brescia. A gennaio fu prelevato Olivier Dacourt, utile interditore proveniente dal campionato inglese. Nel mercato di riparazione fu anche ceduto all’Inter Batistuta, divenuto ormai l’ombra del campione ammirato nella stagione dello scudetto.
La squadra aveva bisogno indubbiamente di rinnovamento, e non
bastarono la buona vena di Totti e la crescita costante di Cassano a
trascinare la Roma verso le parti alte della classifica. I giallorossi
terminarono la stagione 2002/’03
all’ottavo posto (peggiore risultato dei precedenti 10 anni), e si
guadagnarono la partecipazione alla successiva Coppa UEFA solo grazie
al raggiungimento della finale di Coppa Italia, poi persa malamente col
Milan. Nel finale di stagione si mise, inoltre, in luce un giovane e promettente Daniele De Rossi, sorprendente valore aggiunto della squadra nelle ultime gare di campionato.
Il cammino di Champions League fu migliore, ma non certo
entusiasmante: la Roma superò la prima fase a gironi (di grande
prestigio fu la vittoria ottenuta al Santiago Bernabeu contro il Real Madrid, 1-0 con gol di Totti),
ma ancora una volta fu fatale alle ambizioni capitoline il secondo
raggruppamento. Da sottolineare però la grande affermazione ottenuta in
casa del Valencia per 3-0, grazie ad una strepitosa gara del capitano Francesco Totti, che pose fine ad un lungo periodo di imbattibilità casalinga degli spagnoli.
La mediocre stagione convinse il Presidente Sensi a migliorare e
svecchiare la rosa della squadra, investendo cifre consistenti per
l’acquisto del fuoriclasse rumeno Christian Chivu, giovane difensore di centro/sinistra molto abile nella fase d’impostazione della manovra. Venne ceduto Cafu, e sostituito con l’emergente laterale brasiliano Mancini, ancora sconosciuto in Italia ma destinato a divenire titolare indiscusso. Infine, fu prelevato il norvegese John Carew,
punta pesante dalla buona esperienza internazionale, che diventò in
breve tempo un beniamino dei tifosi grazie al suo carattere allegro e
ai suoi gesti d’esultanza istrionici.
Gli acquisti fruttarono, e la squadra divenne più solida e meno umorale. Nella stagione 2003/’04
la Roma partì molto bene, vincendo anche il derby d’andata per 2-0
(grazie ad un superbo colpo di tacco di Mancini e al raddoppio di Emerson), e riuscì anche a laurearsi “campione d’inverno” assieme al Milan.
Ma la maggiore forza dei rossoneri, unita a qualche punto perso di
troppo, impedirono ai giallorossi di replicare il successo del 2001, e la squadra si dovette accontentare del secondo posto, che garantiva comunque la qualificazione diretta alla Champions League.
La coppa UEFA diede persino minori soddisfazioni: la squadra fu eliminata dal Villareal agli ottavi di finale.
Incredibile fu l’andamento del derby di ritorno il 21 marzo 2004:
la partita fu sospesa durante il secondo tempo, sul risultato di 0-0,
per il diffondersi tra i tifosi di entrambe le squadre della voce (poi
rivelatasi falsa) della morte di un bambino ad opera della Polizia.
Alcuni tifosi entrarono in campo per convincere i giocatori della Roma
a sospendere la partita, ed a nulla valsero gli appelli diffusi dagli
altoparlanti che sottolineavano l’infondatezza della notizia. La
stracittadina venne sospesa e ripetuta un mese dopo, col punteggio
finale di 1-1.
L’improvviso addio di Capello e la girandola di allenatori
Celebrazioni della vittoria del campionato 2000-2001: un “murales” con lo scudetto tricolore e il capitano della Roma Francesco Totti su un’abitazione della capitale.
Dopo il comunque positivo campionato trascorso, nulla lasciava
supporre che vi fosse nell’immediato un cambio di allenatore.
Nonostante ciò Capello si dimise e firmò clamorosamente per la Juventus, nonostante le contrarie assicurazioni fornite alla tifoseria durante il corso della precedente stagione[7], ripetute esplicitamente nelle ore immediatamente precedenti[8].
La fuga venne vista da tutto l’ambiente romanista come un vero e
proprio tradimento ai colori giallorossi, ma la società corse subito ai
ripari ingaggiando tempestivamente Cesare Prandelli, precedentemente allenatore del Parma. Il nuovo tecnico concordò con la società l’acquisto di alcuni giocatori, tra i quali il centrocampista Simone Perrotta (proveniente dal Chievo), il promettente difensore francese Philippe Mexes e l’attaccante egiziano Ahmed Hossam Mido (dall’Olympique Marsiglia).
Prima dell’inizio del campionato Prandelli si trovò costretto ad
abbandonare la guida tecnica della squadra, ufficialmente per motivi
familiari. La Roma, a pochi giorni dalla partita di esordio di
campionato, ingaggiò allora Rudi Voeller,
ex-attaccante giallorosso degli anni 90, ed ex-allenatore della
nazionale tedesca. I risultati non furono buoni: dopo un buon inizio
nella prima di campionato contro la Fiorentina,
si susseguirono una serie di sconfitte e pareggi, fino alle dimissioni
presentate del tecnico tedesco, giunte subito dopo un episodio negativo
che coinvolse la squadra giallorossa: nella prima gara di Champions League contro la Dynamo Kiev, poco dopo il fischio finale del primo tempo l’arbitro svedese Anders Frisk venne ferito alla testa da un oggetto tirato dalle tribune dell’Olimpico. Per questo episodio la UEFA
impose oltre alla sconfitta a tavolino per 0-3, anche la chiusura al
pubblico dello stadio per tre turni. Dopo l’abbandono di Voeller, la
Roma corse ai ripari ingaggiando Luigi Del Neri, che cambiò lo schema, facendo giocare spesso Totti e l’attaccante barese Antonio Cassano
insieme con Vincenzo Montella: con la decisione tattica di ricostituire
il cosiddetto “Trio delle meraviglie” i risultati tornarono per un
periodo a migliorare.
Nonostante un buon inizio, i risultati altalenanti, dovuti a gravi problemi di spogliatoio, spinsero il 14 marzo 2005, dopo la sconfitta per 3 a 0 a Cagliari, Del Neri a dimettersi. Un altro ex giocatore giallo-rosso, il beniamino della tifoseria Bruno Conti,
subentrò come allenatore. Nonostante queste vicissitudini, la squadra
riuscì a disputare la finale di Coppa Italia contro l’Inter, ma fu
sconfitta in entrambe le partite. La Roma chiuse il campionato col
bilancio, poco lusinghiero, di 5 allenatori utilizzati in 12 mesi.
A fine stagione il capitano Francesco Totti annunciò il rinnovo del contratto fino al 2011, sostanzialmente legando il suo nome alla Roma per tutta la carriera.
Francesco Totti con la maglia della Roma.
L’era di Spalletti
La stagione 2005/2006 cominciò con l’ingaggio del tecnico Luciano Spalletti dall’Udinese, con la quale l’allenatore toscano aveva da poco conquistato la qualificazione alla Champions League. La società, con i ritorni di Bruno Conti al ruolo di Direttore Tecnico e di Daniele Pradè
a Direttore Sportivo, cercò di portare avanti una campagna acquisti di
livello accettabile nonostante la stessa fosse stata bloccata, per
quasi tutta l’estate, dal caso Mexès. Alla fine furono comunque tesserati a parametro zero i giocatori Samuel Kuffour, Rodrigo Taddei e Shabani Nonda, rispettivamente svincolati da Bayern Monaco, Siena e Monaco.
L’inizio della stagione non fu dei migliori e la squadra si trovò a
navigare nelle posizioni di metà classifica, anche a causa di malcelati
malumori all’interno dello spogliatoio per le continue intemperanze di Antonio Cassano. Pertanto, a dicembre fu presa la sofferta decisione di cedere il talento barese, in scadenza di contratto, al Real Madrid per circa 5 milioni di euro.
La cessione si rivelò scelta molto saggia, in quanto da quel momento in
poi la squadra ritrovò un’invidiabile compattezza grazie alla quale
riuscì a stabilire il record italiano di 11 vittorie consecutive in campionato. L’impresa fu raggiunta nonostante numerosi infortuni intercorsi ai propri elementi (tra i quali anche quello di Totti),
che ridussero in modo preoccupante il numero dei giocatori disponibili,
obbligando Spalletti ad inventarsi nuove soluzioni tattiche. Il primato
venne fissato grazie ad una splendida vittoria per 2-0 nello storico derby del 26 febbraio 2006. Il record è stato poi battuto la stagione successiva dall’Inter, arrivata a totalizzare poi diciassette vittorie consecutive. La Roma si classificò quinta in campionato ma in seguito allo scandalo del calcio italiano
e allo stravolgimento della classifica dovuta alla retrocessione
all’ultimo posto per illecito della Juventus e della penalizzazione di
Milan, Fiorentina e Lazio diventò seconda qualificandosi così alla Champions League.
La squadra, per il secondo anno consecutivo, raggiunge la finale di
Coppa Italia con l’Inter, ma anche in questo caso non riesce ad
aggiudicarsi il trofeo, pareggiando in casa per 1-1 e perdendo il match
di ritorno per 3-1.
La Roma comunque disputa la partita di assegnazione della Supercoppa Italiana,
poiché l’Inter era anche campione d’Italia. I giallorossi giocano un
magnifico primo tempo, portandosi sullo 0-3, grazie ad una doppietta di
Alberto Aquilani e al gol di Mancini,
ma la scarsa condizione atletica della squadra, sommata alla mancanza
di ricambi adeguati, consentono all’Inter di recuperare lo svantaggio e
di segnare il gol della vittoria nei tempi supplementari.
Luciano Spalletti
Nel campionato 2006/2007
la Roma conferma lo stesso modulo di gioco che l’aveva portata al
record di vittorie consecutive l’anno precedente, continuando a
mostrare un gioco brillante ma alternando molte vittorie importanti ad
alcuni risultati insoddisfacenti; tra gli alti e bassi del campionato
si ricordano le due vittorie ottenute a San Siro contro Milan (2-1) e Inter (3-1), e il derby perso malamente per 3-0 contro la Lazio. La Roma chiude il campionato al secondo posto a 75 punti, alle spalle dell’Inter.
In Champions League la Roma, dopo aver conquistato i quarti di finale ai danni del Lione, viene eliminata dal Manchester United. La buona gara di andata, vinta per 2-1 dai giallorossi, viene vanificata da una disastrosa prestazione all’Old Trafford:
la squadra perde 7-1, mostrando ancora degli evidenti limiti di
personalità in campo internazionale. La Roma non perdeva con così tante
reti di scarto in una partita nelle Coppe europee dal 1935, quando nella Mitropa Cup era stata sconfitta per 8-0 dal Ferencvaros.
La stagione comunque termina in modo molto positivo in quanto la Roma vince la Coppa Italia, dopo aver eliminato Triestina, Parma e Milan. In finale ritrova e sconfigge l’Inter all’Olimpico di Roma per 6-2, ma perde il ritorno al Meazza di Milano
per 2-1: la somma delle reti consegna il trofeo alla Roma. Il risultato
è di particolare rilevanza non solo perché la Roma conferma di essere
l’unica squadra italiana a prevalere nel 2006/07 contro l’Inter, ma anche per il fatto che i nerazzurri erano detentori di Scudetto, Coppa Italia e Supercoppa italiana.
Nel calciomercato estivo la squadra, nonostante la cessione non priva di polemiche del difensore rumeno Chivu, rafforza ulteriormente la rosa e la propria esperienza internazionale con gli innesti, tra gli altri, di Ludovic Giuly, Juan e Cicinho.
Anche per tali motivi la nuova sfida tra Inter e Roma, valida per
l’assegnazione della Supercoppa italiana e prima partita della stagione
2007/2008, vede prevalere la squadra giallorossa per 1-0. Il gol partita è stato realizzato da Daniele De Rossi su calcio di rigore, dopo un fallo di Nicolás Burdisso su Francesco Totti. La Roma conquista così la sua seconda Supercoppa: è la quinta volta che la squadra vincitrice della Coppa Italia riesce a conquistare il trofeo ai danni della squadra Campione d’Italia.
Contesti sociali e politici
Gli inizi
| « Crediamo di interpretare il pensiero di tutti gli sportivi romani, rivolgendo il ringraziamento più riconoscente ed entusiasta ai presidenti delle tre societa’, alle Autorità del Partito, e, prima di tutto, a S.E.Turati che hanno promossa e voluta quella fusione che fino a ieri pareva impossibile raggiungere.”[9] » |
|
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(Il Tevere, 8 giugno 1927)
|
Con queste parole Il Tevere, l’8 giugno del 1927 concluse il breve
articolo che dà l’annuncio della nascita della A.S.Roma, la cui maglia
“porterà i colori dell’Urbe con il fascio e la lupa romana”.[10]
All’annuncio fecero seguito diversi giorni di polemica sulla mancata fusione, data da molti per certa, tra Fortitudo, la quale aveva anche il mandato di tutelare gli interessi dell’Alba Audace, e la Lazio, con scambi di lettere aperte sui giornali tra Italo Foschi e Giorgio Vaccaro, a causa del presunto rifiuto da parte di quest’ultimo che di fatto fece saltare le trattative in corso.
La nascita di una squadra unica per la città di Roma era stata fortemente voluta dall’allora segretario della federazione romana del Partito Nazionale Fascista Italo Foschi, nonché membro del CONI e presidente della stessa Fortitudo Pro Roma,
con l’intento di creare una squadra che potesse competere ad alti
livelli con le più blasonate squadre del nord. Questo, comunque, non fu
un fatto isolato nella storia del calcio di quel periodo, ma parte di
quello che potrebbe essere definito un progetto del Partito Fascista che ebbe inizio con la stesura della Carta di Viareggio da parte di una commissione nominata dal presidente del CONI, Lando Ferretti, di cui fecero parte Paolo Graziani, Giovanni Mauro ed il già nominato Italo Foschi.
La Carta, pubblicata a Versilia il 2 agosto 1926, si prefisse di ridisegnare l’intera organizzazione del calcio. Da una ristrutturazione della FIGC, all’introduzione del professionismo e, in fede agli ideali nazionalisti del Partito Fascista,
al blocco nei confronti dei calciatori stranieri. Ma più importante la
Carta di Viareggio ridisegnò l’intera struttura del campionato, fino ad
allora composto di due leghe, Nord e Sud, con differenze tecniche
abissali, riunendole in un’unica Divisione Nazionale alla quale accedettero 17 squadre della ex-Lega Nord, le due finaliste della Lega Sud, Internaples e Alba Audace,
ed una, sempre dalla Lega Sud, eletta d’uffico. La Fortitudo Pro Roma,
il cui presidente era lo stesso Foschi membro della commissione. La
scelta fu giustificata dal fatto di dare risalto alla componente
centromeridionale del campionato. Il risalto durò poco perché alla fine
del primo campionato entrambe vennero retrocesse. La retrocessione venne però revocata quando le due compagini si fusero insieme al Roman, quest’ultima già in Prima Divisione
dall’anno precedente. Difatti la neonata AS Roma che portava i colori,
lo stemma ma soprattutto il nome stesso della città, venne inserita
d’ufficio nella Divisione Nazionale
in virtù dell’esigenza di avere una rappresentanza territoriale il più
possibile allargata nel massimo torneo. Questa volta la neonata società
non deluse le attese mostrandosi all’altezza del livello tecnico del
campionato nazionale.
La mancata fusione e l’inizio del “campionato parallelo”
Sulle ragioni della mancata fusione tra Lazio e la Fortitudo, e con essa l’Alba, varie spiegazioni furono date dagli interessati.
Se da un lato Italo Foschi
constatava che: «da parte dei dirigenti della Lazio si voleva più che
una fusione dei due enti, un vero e proprio assorbimento della
Fortitudo della quale non sarebbe rimasto che il nome aggiunto a quello
della Lazio per la sola sezione Calcio»[11], Giorgio Vaccaro
asserì che tale questione «non fu neppure sollevata perché le
trattative caddero sulla questione finanziaria per la quale i
rappresentanti della Fortitudo avevano chiesto la precedenza»[12].
La questione finanziaria verteva sulla richiesta, da parte dei
dirigenti della Fortitudo che la Lazio si facesse carico dei debiti
della stessa e dell’Alba,
di cui tutelavano gli interessi nel corso della trattativa. Debiti che
ammontavano a “lire 100.000″ più “altre somme imprecisate aggiratesi
sulle lire 300.000″ [13]. Cifre irrisorie ai giorni nostri, ma somme ingenti all’epoca.
Giorgio Vaccaro, che definì la squadra biancoceleste “Un Ente Morale, molto di più rispetto ad una semplice società di calcio”[14], spiegò, sempre sulle pagine de Il Tevere del 15 giugno,
come le sue intenzioni fossero di «non creare un nuovo organismo che
iniziasse con la sua attività con un passivo ingentissimo» facendo
l’offerta di coprire solo 100.000 lire dei debiti. Un’offerta che la
Fortitudo non prese in considerazione, lasciando la riunione in corso
ritenenendo inutile ogni ulteriore trattativa.[15]
In seguito Foschi probabilmente contattò l’uomo-chiave della fusione, il banchiere Renato Sacerdoti,
dirigente del Roman, la terza squadra che farà parte della fusione ma
che fino a quel momento era rimasta fuori dalle trattative con la
Lazio, il quale tramite il “Banco Sacerdoti” avrebbe finanziato l’AS
Roma per 500.000 lire, e garantito presso il “Banco Crostarosa” un
ulteriore esposto di 50.000 lire[16]
Nacque così, anche se involontariamente, quello che può essere
considerato il campionato parallelo romano. La corsa cioè contro la
Lazio, l’altra squadra della capitale, con la quale si misureranno fino
ad oggi i trionfi e le sconfitte.
Eventi chiave e curiosità
- Nella stagione 1990/91 perde la finale di Coppa UEFA contro l’Inter; dopo l’andata a Milano
conclusasi 2-0 per i padroni di casa, la Roma si impone in casa 1-0
cogliendo anche un palo nel finale, ma non è sufficiente per vincere il
trofeo. - Nel 1984, dopo aver vinto lo scudetto, la Roma gioca la Coppa dei Campioni arrivando fino alla finale contro il Liverpool dove perde ai calci di rigore. La partita venne disputata allo Stadio olimpico
il 30 maggio 1984, dopo l’1-1 dei 120 minuti regolamentari, i rigori
vennero battuti nella porta sotto la Curva Sud, quella che
tradizionalmente ospita i tifosi giallorossi. Sembra che la “stella”
della Roma, Paulo Roberto Falcão, si sia rifiutato di tirare uno dei
cinque calci di rigore. - La Roma è la squadra italiana che, nelle coppe europee, ha giocato avvicinandosi di più al Polo Nord: fatto accaduto in occasione della trasferta a Tromsø, nella prima giornata del secondo turno della Coppa UEFA 2005/2006.
- Il 26 febbraio 2006 la Roma, battendo la Lazio per 2-0 nel derby, stabilisce il record assoluto di 11 vittorie consecutive nella Serie A italiana, record precedentemente appartenente, con 10 vittorie, a Bologna, Juventus e Milan. La striscia positiva di vittorie viene poi interrotta, il 5 marzo 2006, col pareggio casalingo per 1-1 con l’Inter (reti di Taddei al 9′, pareggio di Materazzi all’89′). La stessa Inter ha poi battuto tale record nel campionato successivo con 17 vittorie consecutive.
- La Roma è l’unico club calcistico italiano ad avere un quotidiano monotematico dedicatogli: Il Romanista.
- La Roma ha vinto il maggior numero di stracittadine giocate contro
la Lazio da quando è nata. Tuttavia detiene un record negativo: quattro
derby persi su quattro (due in Coppa Italia) nella stagione 1997/1998. - L’unica retrocessione in serie B
della Roma, maturata all’ultima giornata di campionato, precede
esattamente di cinquant’anni la conquista, anch’essa all’ultima
giornata, del terzo scudetto: avvenne, infatti, il 17 giugno del 1951.
La società della capitale tornerà in serie A l’anno seguente
classificandosi al primo posto, unico posto valido quell’anno per la
promozione. - Nel 2006, in seguito allo scandalo di “calciopoli”, tre delle squadre classificatesi prima della Roma vengono penalizzate (la Juventus viene retrocessa in serie B; il Milan e la Fiorentina penalizzati) e la Roma si trova, dunque, matematicamente al secondo posto della classifica 2005/2006, conquistando, così, l’ingresso diretto alla Champions League.
- Originariamente il tifo più caldo delle società romane si
concentrava in curva sud sotto la quale vi era l’ingresso dei giocatori
in campo. La settimana prima del derby dell’11 marzo 1973 l’allora dirigenza biancazzurra invitò i suoi sostenitori, essendo la S.S. Lazio
la società ospitante, a sedersi nella Curva Sud sotto la quale uscivano
tutti i calciatori. Furono però i tifosi romanisti a presentarsi in
numero superiore e si impossessarono della Curva che da quel giorno
venne dichiarata da entrambe le società destinata alla tifoseria
romanista, mentre la curva Nord divenne laziale. - L’AS Roma, la sera del 10 aprile 2007, conquista il triste record della sconfitta più pesante avvenuta nei quarti finale della Champions League per una squadra italiana venendo travolta per 7-1 dai giocatori del Manchester United. Nella stagione 1934/35, la AS Roma venne sconfitta 8-0 in Coppa dell’Europa Centrale dagli ungheresi del Ferencvaros;
tuttavia non è questa la sconfitta più pesante per una squadra italiana
nelle coppe europee; tale triste primato spetta infatti all’Ambrosiana-Inter che nel 1938 nei quarti di finale della Coppa dell’Europa Centrale venne sconfitta per 9-0 dai cecoslovacchi dello Slavia Praga, poi vincitrice della competizione. - Nel 2004 l’A.S. Roma S.p.A. ha aderito al condono fiscale promosso dal governo Berlusconi sanando un pregresso debito fiscale per imposte
e ritenute dovute per gli anni 2002 e 2003: la società ha versato, in
tre distinte rate, un importo complessivo di 79,5 milioni di euro con
un risparmio di circa 20 milioni rispetto al debito effettivo[17].
Lo stemma in una delle prime versioni.
Il “lupetto” usato dal 1979 al 1997.
L’attuale logo, in uso dal 1997.
Lo stemma
L’attuale logo della A.S. Roma è il restyling del primo stemma che
la squadra adottò dalla sua fondazione fino alla fine degli anni ‘70.
Durante un’amichevole internazionale nel 1978, l’ultimo anno di Anzalone alla presidenza della squadra, la Roma si trovò a giocare in trasferta negli Stati Uniti contro i New York Cosmos. I dirigenti giallorossi notarono che in America lo sport viaggiava su alti livelli, trainato dal merchandising, la vendita dei prodotti legati alla squadra. Prima di allora lo stemma non era un marchio registrato
e le magliette non erano messe in vendita nei negozi specializzati. Si
decise, così, di creare un ufficio per la pubblicità, diretto dal
famoso grafico Piero Gratton (autore in quegli anni di molti stemmi famosi, su tutti quello del Tg2), che realizzò il nuovo logotipo per la società giallorossa, da cui partire per poter creare una serie di prodotti per la vendita legati ad esso. La lupa capitolina non poteva essere registrata come marchio così venne creato il celebre lupetto, poco gradito dal presidente Viola, che ha accompagnato le maglie giallorosse fino alla stagione 1997/1998.
Il 20 luglio 1997, grazie ad un accordo con il Comune di Roma
venne concesso un permesso speciale alla società capitolina per poter
utilizzare il simbolo della lupa e riproporre così una nuova versione
dello stemma ispirato a quello originale.
L’inno
| « Roma, Roma, Roma: core de ’sta città. Unico grande amore de tanta e tanta gente che hai fatto ‘nammorà’. » | |
|
(Inno della Roma – Antonello Venditti)
|
L’inno ufficiale della AS Roma è “Roma (non si discute si ama)” meglio noto con il nome di: “Roma Roma“, di Antonello Venditti.
Viene diffuso dagli altoparlanti dello stadio prima di ogni partita,
mentre la squadra entra in campo; la prima volta fu in occasione della
partita Roma-Fiorentina del 1974. “Grazie Roma” è un altro inno composto dallo stesso cantante nel 1983
in occasione della vittoria del secondo scudetto giallorosso, a
differenza della prima, questa canzone viene diffusa solamente dopo la
fine delle partite giocate in casa, quando la AS Roma vince. Il
cantautore romano ha, inoltre, composto, in occasione della conquista
del terzo scudetto della Roma nel campionato 2000/2001, anche la canzone “Che c’è” dedicata proprio a tale evento.
Numeri ritirati
La Roma, come tributo alla classe e all’attaccamento alla squadra del difensore centrale Aldair, ha ritirato la maglia dallo stesso indossata nel corso della sua lunga carriera nella compagine giallorossa (1990-2003), quella con il numero 6.
Gli sponsor sulla maglia
Sponsor principali
In grassetto lo sponsor principale attuale
Viola presenta alla stampa la nuova maglia con il primo sponsor ufficiale della Roma: Barilla.
- Barilla – Pasta (primo sponsor ufficiale dal 1981/82 al 1993/94)
- Nuova Tirrena – Assicurazioni (1994/95)
- INA Assitalia – Assicurazioni (dal 1995/96 al 2001/02, nel girone di ritorno della stagione 2001/02 comparve la sola scritta “INA” accompagnata dal logo delle Assicurazioni Generali)
- Stream – TV satellitare (solo nelle partite di Coppa Italia della stagione 1999/00)
- Mazda – Automobili (2002/03 al 2004/05)
- Acqua Fiuggi – Acqua (solo durante il match Roma-Juventus del 19 Novembre 2005)
- Banca Italease – Gruppo Bancario (nel girone di ritorno del 2005/06)
- Festa del Cinema di Roma – (solo nella partita Reggina-Roma del 15 ottobre 2006 per la promozione di tale evento)
- Pepsi Collection – Bibite (solo nella partita Roma-Milan del 31 marzo 2007)
- Wind – Telecomunicazioni (dall’ 1 luglio 2007 al 30 giugno 2009 con un’opzione per un’ulteriore terza stagione)
Fornitori tecnici
In grassetto il fornitore tecnico attuale
- Lacoste – (in alcune partite della stagione 1970/1971)
- Adidas – (1977/78 poi di nuovo dal 1991/92 al 1993/94)
- Pouchain – (1979/80)
- Playground – (dal 1980/81 al 1981/82)
- Patrick – (1982/83 e nel girone di andata del 1983/84)
- Kappa – (dal girone di ritorno del 1983/84 al 1985/86 poi di nuovo dal 2000/01 al 2002/03 e dal 2007/08 a oggi)
- NR – (ennerre) (dal 1986/87 al 1990/91)
- Asics – (dal 1994/95 al 1996/97)
- Diadora – (dal 1997/98 al 1999/00 poi di nuovo dal 2003/04 al 2006/07)
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Il calciotto (o calcio a otto) è uno sport a metà tra il calcetto
La notizia è stato pubblicata da un magazine tedesco “Bunte”. Il manager Willi Weber ha rivelato che un regista di hollywood è interessato all’avvio di un film su ex campione di formula 1.La pellicola si intitolerebbe “Michael Schumacher Story”. “Michael ci sta pensando su – ha dichiarato Weber -. In questo momento vuole soprattutto divertirsi. Per questo adora correre in moto”.